Quasi piove.
Luna piena
a sgranare i pori.
Non luce.
Un setaccio.
La notte passava sulla pelle
e tratteneva le parti grosse:
sale,
febbre,
due frasi pulite
dette con la bocca in guanti bianchi.
Il resto cadeva.
Sotto il mento
un piccolo guasto di temperatura.
La clavicola
faceva da mensola
a un pensiero nostalgico.
La frase stava lì
Molto dritta.
Come una sedia
in una stanza
dopo un interrogatorio.
Così pulita
da fare l’amore.
Una frase con i denti lavati,
buona per lasciare sangue
senza sporcare il lavandino.
La lingua
tastava un taglio
che non ricordava
di essersi fatta.
Nessun sapore preciso.
Solo ferro
e una specie di educazione.
Fuori
le stoviglie battevano
un alfabeto domestico.
Un bicchiere
non cadeva.
Aspettava.
La tovaglia
tratteneva macchie
con una precisione
quasi morale.
Lui teneva il volto
all’altezza giusta.
Sorrideva
dalla parte disponibile.
Dall’altra
un animale piccolo
grattava il muro interno
del torace.
Non disagio.
Non timore.
Non ancora.
Una pressione
con le mani fredde.
La luna intanto
continuava il suo lavoro.
Poro dopo poro.
Separava
la pelle
dalla versione ufficiale.
Faceva pallini minuscoli
di ogni scusa.
Li lasciava sul collo.
Bianchi.
Quasi belli.
Quasi prove.
Quasi piove.