L’orchestra del silenzio

In un gomitolo di cenere, accartocciato tra le braci di un falò in riva al mare.


Era tempo di cambio stagione, le spalle strette fino ai lobi a ogni folata di vento.


E poi, a tratti, sudore.


Teneva in mano una bottiglia vuota per dirigere l’orchestra, mentre nemmeno le onde sussurravano.


Languido nel suo stesso autunno, lasciava cadere i suoi accessori e li copriva prontamente con il piede destro - quello buono, da punizione a bordo area di rigore. Quello dei tiri all’incrocio: lenti, precisi, calibrati. Quello del pennello.


Aveva poco da dire e molto da ascoltare. Preferiva, a tutto, pensare. Così sbagliava in casa, senza compromissioni e senza compromessi.


Quel non-so-che di vuoto misto a fascino, mascherato da superficiali risa. Sarebbe bastato poco a scalfirlo: una domanda, uno sfioro, un tuffo deciso negli occhi.


Aveva mani da elefante: impossibile grattarsi la schiena o togliere una ciglia dagli occhi. Per piccole cose si disperava - cose a cui non faresti caso, altrimenti.


Il tempo fu severo: mai lento, mai leggero, mai veloce. Fu un macigno di ghiaccio sotto le sue scarpe di tela.


Ebbe fortuna, ed espresse gratitudine a riguardo, per poi riavvolgersi sulle spalle e continuare a dirigere l’orchestra del silenzio.


Finché un giorno, si addormentò.





Il silenzio è la più perfetta espressione del disprezzo.” - George Bernard Shaw

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