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Non arretrava

Accarezzava cani randagi feriti affilati senza paura senza esitazione lasciava che i denti sfiorassero l’osso che la saliva facesse il suo giro che il ringhio trovasse pelle dove appoggiarsi Non arretrava. C’era più verità in una caviglia aperta che in certe bocche pulite più precisione nel morso che in una carezza data male Il sangue almeno sapeva uscire faceva caldo faceva linea faceva prova Non come certe presenze a bassa definizione quelle che non arrivano mai intere che si siedono ai bordi che spostano l’aria senza prendersi il peso quelle che non graffiano ma appannano che non entrano ma restano addosso che non mordono per non dover dire fame Meglio il cane. Meglio il pelo sporco il fiato cattivo la zampa storta il taglio netto meglio una ferita viva di una stanza piena di cose non dette “ Il bello è solo l’inizio del tremendo. ” - R.M.Rilke

Rumori di strada

È un silenzio viscoso quello dell’eco del portone di casa che si chiude affacciandoti al buio È un silenzio ruvido quello dei passi sul pavimento che disegnano lo spazio rimbalzando sui soffitti È un silenzio salvifico quello dei rumori di strada che non litigano non distruggono È un silenzio effimero quello della voce interiore che ti accudisce poi cambia lato È un silenzio che protegge la mente rende la pelle arida e scava.

Apre la bocca

Di camminare ne aveva pieni gli occhi ogni passo cercava dettagli nuovi lo stesso sentiero battuto a giorni alterni senza vesciche senza sete Spigoli di cielo incidevano i centimetri di asfalto alla stessa distanza dei pensieri A un certo punto un’ombra gli camminava accanto senza coincidere di lato con un passo appena diverso Non c’era più abisso dietro alle palpebre ci vedeva bene da vicino quanto da lontano Accelerava il passo finché il corpo non iniziava a sembrare un’altra cosa non corsa non fuga solo attrito alla misura esatta del suo peso Le braccia oscillavano senza chiedere come se sapessero prima E il fiato non cercava aria la spostava C’era un punto tra il passo e il terreno in cui il terreno cedeva leggermente non abbastanza per cadere ma quanto basta per non fidarsi E allora insisteva ancora ancora fino a perdere la distanza tra dove stava e dove arrivava Il sentiero  non portava teneva finché poteva E all’improvviso uno squarcio minimo tra fiato e silenzio apre la boc...

Succhiandone la luce

Mordo lo strato intellegibile di pensieri estranei senza conoscerne ombra succhiandone la luce come si succhia il fondo di un frutto troppo maturo quando ormai la lingua sa più della mente e qualcosa tra le tempie si piega non è pensiero è una vibrazione corta che torna che torna che torna ancora scivola tra i denti come vino stanco lascia una traccia di caldo di errore di fame le parole a quel punto si spogliano da sole resta solo una pressione lenta una corrente bassa che spinge spinge finché il silenzio non cede e qualcosa senza nome si apre.