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Non ricomponibile.

Freddo alle mani. Un passo in meno. L’aria che non entra tutta. Un angolo girato. Una schiena che scompare. La voce rimasta indietro a fare massa. Il magone tenuto fermo, come si tiene un animale quando morde. Folla che inghiotte. Volti non registrati. Un corpo ridotto a informazione minima. Scale che scendono. Un arco che vibra. Una melodia fuori scala per quel punto preciso del mondo. Le lacrime non chiedono. Scivolano. Insistono. Arrivano prima del treno. Il tempo fa il suo mestiere. Non cura. Passa. “ Verrà la morte è avrà i tuoi occhi. ” - Cesare Pavese

Punti di svista

Tra un filo d’alba, e un calice di bile. In un battito di scoglio, il tempo prende posizione. Con un margine di orrore, si consuma la distanza. Sono punti di svista. Qualcosa scivola, e non torna indietro.

È quasi l’ultimo giorno

Stanchezza pulita che si affaccia timida dietro i vetri. Una luce pallida, di transizione, incerta come il momento in cui la notte non oppone più resistenza e il giorno non osa ancora. Tra la rugiada dei sogni e il cotone delicato delle federe, il cuscino rimasto assorto viene stretto tra le gambe per sentire peso, per sentire ancora una forma. È quasi l’ultimo giorno. Un caffè sbiadito. Un solo rumore desto: un’auto che attraversa una strada che non chiede attenzione. La mano sul petto, un compiacimento breve. Si sente forte. Strutturato. Per un attimo si immagina morto. Il corpo intatto. Le sinapsi divorate. I gomiti rigettati. Le arterie del cuore finalmente svuotate dal dover sentire. Con uno slancio minimo si getta nel lavandino. Una pozzanghera d’acqua gelida tra le dita. Non per pulirsi. Per cercare un qualsiasi sentire. Si asciuga piano, lasciando una goccia sulla clavicola, come se l’aria volesse assaggiarla. Uno sguardo distratto allo specchio. Uno al boiler. Una posa da play...

Immortale per distrazione

Così soffiò sul suo ennesimo giro di serpente a sonagli, incendiandone la coda e con essa i fianchi. Il corpo conosceva quella spirale. Ci tornava senza chiedere, come si torna dove il calore diventa errore e l’errore pretende di essere attraversato fino in fondo. Aveva bevuto il veleno dei suoi simili a piccoli sorsi, abbastanza da sentire il bruciore non abbastanza da morire. Immortale per distrazione, immemore per difesa, aveva scambiato la resistenza per destino. La pelle era una mappa di attriti, di sudore che non raffredda ma insiste, che scivola, che graffia, che lascia sale come prova di un passaggio avvenuto davvero. Il sesso non era gesto. Era pressione. Muscolo che tira. Vuoto che chiede peso. Fame che non cerca bocca ma risposta. Errante come i cavalieri di una volta, che nell’errore e nell’orrore compivano un nuovo errare, portava addosso il ferro caldo della prova, scambiando la ferita per vocazione, la caduta per strada. Ogni ritorno lasciava segni minimi, quasi invisibi...

Evaporò

Ho sviscerato un verso, versato, rovesciato, riverso in un calice di vino che non teneva nulla, nemmeno me. Era languido liquido slabbrato, un rosso sfocato che sapeva attraversare i bordi. Aveva lati dilatati o forse dilavati quasi distillati da una bocca che non ricordavo mia. Si allungava, si accorciava, si allagava tra le sillabe come se cercasse un appiglio in un alfabeto inclinato. L’ho visto farsi verbo, poi vago, poi vuoto. L’ho visto respirare contro il vetro, lasciando impronte che sembravano segni o seni o suoni, dipendeva dalla luce. E a forza di tentare forma ha perso sostanza. Si è fatto vapore, vapore ancora, vapore via. Evaporò come evaporano le scuse, i giorni, gli abbracci rimasti appesi. Evaporò evitando vita, schivando fianchi, scampando senso. E nel fondo del bicchiere rimase un cerchio, un' eco, un verso che non avevo scritto e che mi aveva bevuto. “ Amare è così breve, e dimenticare così lungo. ” - Pablo Neruda