Succhiandone la luce
Mordo lo strato intellegibile di pensieri estranei senza conoscerne ombra succhiandone la luce come si succhia il fondo di un frutto troppo maturo quando ormai la lingua sa più della mente e qualcosa tra le tempie si piega non è pensiero è una vibrazione corta che torna che torna che torna ancora scivola tra i denti come vino stanco lascia una traccia di caldo di errore di fame le parole a quel punto si spogliano da sole resta solo una pressione lenta una corrente bassa che spinge spinge finché il silenzio non cede e qualcosa senza nome si apre.