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Apre la bocca

Di camminare ne aveva pieni gli occhi ogni passo cercava dettagli nuovi lo stesso sentiero battuto a giorni alterni senza vesciche senza sete Spigoli di cielo incidevano i centimetri di asfalto alla stessa distanza dei pensieri A un certo punto un’ombra gli camminava accanto senza coincidere di lato con un passo appena diverso Non c’era più abisso dietro alle palpebre ci vedeva bene da vicino quanto da lontano Accelerava il passo finché il corpo non iniziava a sembrare un’altra cosa non corsa non fuga solo attrito alla misura esatta del suo peso Le braccia oscillavano senza chiedere come se sapessero prima E il fiato non cercava aria la spostava C’era un punto tra il passo e il terreno in cui il terreno cedeva leggermente non abbastanza per cadere ma quanto basta per non fidarsi E allora insisteva ancora ancora fino a perdere la distanza tra dove stava e dove arrivava Il sentiero  non portava teneva finché poteva E all’improvviso uno squarcio minimo tra fiato e silenzio apre la boc...

Succhiandone la luce

Mordo lo strato intellegibile di pensieri estranei senza conoscerne ombra succhiandone la luce come si succhia il fondo di un frutto troppo maturo quando ormai la lingua sa più della mente e qualcosa tra le tempie si piega non è pensiero è una vibrazione corta che torna che torna che torna ancora scivola tra i denti come vino stanco lascia una traccia di caldo di errore di fame le parole a quel punto si spogliano da sole resta solo una pressione lenta una corrente bassa che spinge spinge finché il silenzio non cede e qualcosa senza nome si apre.

Il legno vibra.

Tra sei corde lente una stanza impara il silenzio. Le dita cercano posto come animali nuovi sul bordo di un inverno. Il legno tiene memoria di mani che non conosce. Scricchiola piano come una porta che decide. Un suono storto. Poi un altro. Poi quel margine d’aria che somiglia a strada. Non c’è maestro. Solo polpastrelli che insistono finché la pelle non diventa più dura del dubbio. Il tempo si accorda male ma resta. E tra un errore e un altro errore ancora qualcosa si apre. Un uomo fermo con il mondo tra le dita che prova a non farlo cadere. Il legno vibra. E certe vite imparano così.

Ma non cade.

Vacuo vacilla il suono di quel desiderio inespresso, la cui forma vibra tra le rughe di una fronte che non si distende mai del tutto. Sa di vite secca e di vita generosa, di terra spaccata dal sole che però dà frutto. Ha un sapore ruvido, di libertà non addomesticata, di labbra screpolate che non chiedono balsamo. Non è carezza. È tralcio. Si attorciglia dove trova appiglio e stringe. Resta lì tra le pieghe delle lenzuola, tra i respiri trattenuti, nelle mani che fingono di non sapere. È un vino acerbo che graffia la gola prima di scendere. È fame senza piatto. È eccesso senza sbocco. Vacilla, sì. Ma non cade. Vibra. Come certe viti che sembrano morte e invece covano un’altra stagione. Sa di libertà. Ma non quella leggera. Quella che lascia segni Che può sporcarsi Che è.