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Succhiandone la luce

Mordo lo strato intellegibile di pensieri estranei senza conoscerne ombra succhiandone la luce come si succhia il fondo di un frutto troppo maturo quando ormai la lingua sa più della mente e qualcosa tra le tempie si piega non è pensiero è una vibrazione corta che torna che torna che torna ancora scivola tra i denti come vino stanco lascia una traccia di caldo di errore di fame le parole a quel punto si spogliano da sole resta solo una pressione lenta una corrente bassa che spinge spinge finché il silenzio non cede e qualcosa senza nome si apre.

Il legno vibra.

Tra sei corde lente una stanza impara il silenzio. Le dita cercano posto come animali nuovi sul bordo di un inverno. Il legno tiene memoria di mani che non conosce. Scricchiola piano come una porta che decide. Un suono storto. Poi un altro. Poi quel margine d’aria che somiglia a strada. Non c’è maestro. Solo polpastrelli che insistono finché la pelle non diventa più dura del dubbio. Il tempo si accorda male ma resta. E tra un errore e un altro errore ancora qualcosa si apre. Un uomo fermo con il mondo tra le dita che prova a non farlo cadere. Il legno vibra. E certe vite imparano così.

Ma non cade.

Vacuo vacilla il suono di quel desiderio inespresso, la cui forma vibra tra le rughe di una fronte che non si distende mai del tutto. Sa di vite secca e di vita generosa, di terra spaccata dal sole che però dà frutto. Ha un sapore ruvido, di libertà non addomesticata, di labbra screpolate che non chiedono balsamo. Non è carezza. È tralcio. Si attorciglia dove trova appiglio e stringe. Resta lì tra le pieghe delle lenzuola, tra i respiri trattenuti, nelle mani che fingono di non sapere. È un vino acerbo che graffia la gola prima di scendere. È fame senza piatto. È eccesso senza sbocco. Vacilla, sì. Ma non cade. Vibra. Come certe viti che sembrano morte e invece covano un’altra stagione. Sa di libertà. Ma non quella leggera. Quella che lascia segni Che può sporcarsi Che è.

È saliva che insiste

Graffiato sui gomiti spostava l’aria con le dita cercando odore di buono. Odore di bucato anche se non c’era lavatrice accesa. Odore di forno anche se la cucina era fredda. Odore di pelle pulita che non chiedesse niente. La bocca piena di frasi non dette e di ferro. Camminava storto come chi ha imparato a tenere in piedi un vuoto. L’amore non è promessa. È pressione. È saliva che insiste. È pelle che sbaglia confine. Sudore freddo in mezzo alla schiena quando la memoria torna senza bussare. Cercava una mano che non stringesse. Una presenza che non fosse rottura. Cercava una voce che non tirasse fuori solo per poi lasciarla a metà strada. Cercava lenzuola che non sapessero di assenza. Un cuscino che non fosse interrogatorio. Cercava il punto in cui la fame smette di essere debito. Cercava possibilità. Non pace. Non ordine. Ogni tanto gli tornava addosso una gentilezza qualsiasi e gli faceva male come sale. Non cercava più carezze. Cercava tregua. Cercava odore di buono. E invece spesso ...

Non ricomponibile.

Freddo alle mani. Un passo in meno. L’aria che non entra tutta. Un angolo girato. Una schiena che scompare. La voce rimasta indietro a fare massa. Il magone tenuto fermo, come si tiene un animale quando morde. Folla che inghiotte. Volti non registrati. Un corpo ridotto a informazione minima. Scale che scendono. Un arco che vibra. Una melodia fuori scala per quel punto preciso del mondo. Le lacrime non chiedono. Scivolano. Insistono. Arrivano prima del treno. Il tempo fa il suo mestiere. Non cura. Passa. “ Verrà la morte è avrà i tuoi occhi. ” - Cesare Pavese