Sangue buono.
Ulivi. Pale di fico. Pelle scalfita. Da lontano mare e vento si sfaldavano sotto una pelle di foglie. Non era bellezza. Era una cosa chiara che non chiedeva di essere capita. Aveva bolle alla gola e al petto, piccole bestemmie d’acqua salite dal corpo senza permesso. Sudava antiche sbornie. Non vino. Residuo. La pelle buttava fuori quello che la bocca aveva lasciato marcire. Si toccava il malleolo come fosse un Lego, un pezzo bianco, sbagliato, rimasto attaccato alla figura. Lo voleva strappare. Non per dolore. Per precisione. Non aveva età. Non sapeva il giorno. Il tempo, lì, non curava. Sgranava. Uno straccio di cuore cucito con filo di spago, ancora sporco di sangue e fili dorati. Oro da poco. Sangue buono. Una cosa povera che provava ancora a brillare. Forse il sale avrebbe saturato tutto. Il suo regno. Il suo membro. Il suo scoglio. Non per salvare. Per seccare quello che insisteva a restare vivo nel modo sbagliato. Tra le orecchie riflessioni masticate come pomodori e basilico la...