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Quasi piove.

Luna piena a sgranare i pori. Non luce. Un setaccio. La notte passava sulla pelle e tratteneva le parti grosse: sale, febbre, due frasi pulite dette con la bocca in guanti bianchi. Il resto cadeva. Sotto il mento un piccolo guasto di temperatura. La clavicola faceva da mensola a un pensiero nostalgico. La frase stava lì Molto dritta. Come una sedia in una stanza dopo un interrogatorio. Così pulita da fare l’amore. Una frase con i denti lavati, buona per lasciare sangue senza sporcare il lavandino. La lingua tastava un taglio che non ricordava di essersi fatta. Nessun sapore preciso. Solo ferro e una specie di educazione. Fuori le stoviglie battevano un alfabeto domestico. Un bicchiere non cadeva. Aspettava. La tovaglia tratteneva macchie con una precisione quasi morale. Lui teneva il volto all’altezza giusta. Sorrideva dalla parte disponibile. Dall’altra un animale piccolo grattava il muro interno del torace. Non disagio. Non timore. Non ancora. Una pressione con le mani fredde. La lun...

Sangue buono.

Ulivi. Pale di fico. Pelle scalfita. Da lontano mare e vento si sfaldavano sotto una pelle di foglie. Non era bellezza. Era una cosa chiara che non chiedeva di essere capita. Aveva bolle alla gola e al petto, piccole bestemmie d’acqua salite dal corpo senza permesso. Sudava antiche sbornie. Non vino. Residuo. La pelle buttava fuori quello che la bocca aveva lasciato marcire. Si toccava il malleolo come fosse un Lego, un pezzo bianco, sbagliato, rimasto attaccato alla figura. Lo voleva strappare. Non per dolore. Per precisione. Non aveva età. Non sapeva il giorno. Il tempo, lì, non curava. Sgranava. Uno straccio di cuore cucito con filo di spago, ancora sporco di sangue e fili dorati. Oro da poco. Sangue buono. Una cosa povera che provava ancora a brillare. Forse il sale avrebbe saturato tutto. Il suo regno. Il suo membro. Il suo scoglio. Non per salvare. Per seccare quello che insisteva a restare vivo nel modo sbagliato. Tra le orecchie riflessioni masticate come pomodori e basilico la...