Cuciture umide
Fruga nelle tasche dei jeans, cercando il suo profondo sentire.
Sono ancora bagnati dal mare, dal sudore e dall’unto.
Forse è per questo che lo trova stropicciato, divertito, immemore.
Non c’è orario sulle lancette, si sono sciolte tra gli orgasmi.
Resta solo il ticchettio molle
di un polso senza appuntamenti.
Le dita pescano sabbia,
una ricevuta illeggibile,
due granelli di sale
e una fame piegata in quattro.
La apre piano.
Dentro c’è una luce sporca,
una di quelle che non illuminano
ma fanno venire sete.
Il profondo sentire
ha perso consistenza,
si è fatto avanzo,
traccia,
macchia d’olio sul pensiero.
Ride da solo
con la bocca ancora piena
di qualcosa che non ricorda
ma riconosce.
Il mare gli ha lasciato addosso
una lingua ruvida,
un margine di bestia,
una specie di libertà
senza educazione.
Le tasche colano piano.
Non acqua.
Non memoria.
Un resto tiepido
di cose accadute
senza chiedere nome.
Lui cerca ordine
e trova pelle.
Cerca senso
e trova sale.
Cerca una frase
e trova il bordo masticato
di una notte.
Allora smette.
Lascia il sentire lì,
tra le cuciture umide,
dove le cose vere
si conservano peggio
ma durano di più.
E cammina.
Con i jeans pesanti,
il cuore storto,
le lancette in tasca
e il tempo
ancora appiccicato
alle cosce.