Succhiandone la luce
Mordo lo strato intellegibile
di pensieri estranei
senza conoscerne ombra
succhiandone la luce
come si succhia il fondo
di un frutto troppo maturo
quando ormai
la lingua sa più della mente
e qualcosa
tra le tempie
si piega
non è pensiero
è una vibrazione corta
che torna
che torna
che torna ancora
scivola tra i denti
come vino stanco
lascia una traccia
di caldo
di errore
di fame
le parole
a quel punto
si spogliano da sole
resta solo
una pressione lenta
una corrente bassa
che spinge
spinge
finché il silenzio
non cede
e qualcosa
senza nome
si apre.