Ma non cade.
Vacuo vacilla il suono di quel desiderio inespresso,
la cui forma vibra tra le rughe
di una fronte che non si distende mai del tutto.
Sa di vite secca
e di vita generosa,
di terra spaccata dal sole
che però dà frutto.
Ha un sapore ruvido,
di libertà non addomesticata,
di labbra screpolate
che non chiedono balsamo.
Non è carezza.
È tralcio.
Si attorciglia dove trova appiglio
e stringe.
Resta lì
tra le pieghe delle lenzuola,
tra i respiri trattenuti,
nelle mani che fingono
di non sapere.
È un vino acerbo
che graffia la gola
prima di scendere.
È fame senza piatto.
È eccesso senza sbocco.
Vacilla, sì.
Ma non cade.
Vibra.
Come certe viti
che sembrano morte
e invece covano
un’altra stagione.
Sa di libertà.
Ma non quella leggera.
Quella che lascia segni
Che può sporcarsi
Che è.