In un gomitolo di cenere, accartocciato tra le braci di un falò in riva al mare. Era tempo di cambio stagione, le spalle strette fino ai lobi a ogni folata di vento. E poi, a tratti, sudore. Teneva in mano una bottiglia vuota per dirigere l’orchestra, mentre nemmeno le onde sussurravano. Languido nel suo stesso autunno, lasciava cadere i suoi accessori e li copriva prontamente con il piede destro - quello buono, da punizione a bordo area di rigore. Quello dei tiri all’incrocio: lenti, precisi, calibrati. Quello del pennello. Aveva poco da dire e molto da ascoltare. Preferiva, a tutto, pensare. Così sbagliava in casa, senza compromissioni e senza compromessi. Quel non-so-che di vuoto misto a fascino, mascherato da superficiali risa. Sarebbe bastato poco a scalfirlo: una domanda, uno sfioro, un tuffo deciso negli occhi. Aveva mani da elefante: impossibile grattarsi la schiena o togliere una ciglia dagli occhi. Per piccole cose si disperava - cose a cui non faresti caso, altrimenti. Il te...