Immortale per distrazione

Così soffiò sul suo ennesimo giro di serpente a sonagli,

incendiandone la coda

e con essa i fianchi.


Il corpo conosceva quella spirale.

Ci tornava senza chiedere,

come si torna dove il calore diventa errore

e l’errore pretende di essere attraversato

fino in fondo.


Aveva bevuto il veleno dei suoi simili

a piccoli sorsi,

abbastanza da sentire il bruciore

non abbastanza da morire.

Immortale per distrazione,

immemore per difesa,

aveva scambiato la resistenza

per destino.


La pelle era una mappa di attriti,

di sudore che non raffredda

ma insiste,

che scivola,

che graffia,

che lascia sale come prova

di un passaggio avvenuto davvero.


Il sesso non era gesto.

Era pressione.

Muscolo che tira.

Vuoto che chiede peso.

Fame che non cerca bocca

ma risposta.


Errante come i cavalieri di una volta,

che nell’errore e nell’orrore

compivano un nuovo errare,

portava addosso il ferro caldo della prova,

scambiando la ferita per vocazione,

la caduta per strada.


Ogni ritorno lasciava segni minimi,

quasi invisibili,

ma profondi come il fiato corto

dopo uno sforzo che non si racconta.


Il sudore colava

non per fatica

ma per eccesso,

come se il corpo stesse tentando

di espellere qualcosa

che non voleva andarsene.


Stringi piano quei tuoi occhi, 

fanno male 

se li tocchi.

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