È quasi l’ultimo giorno
Stanchezza pulita
che si affaccia timida dietro i vetri.
Una luce pallida,
di transizione,
incerta come il momento
in cui la notte non oppone più resistenza
e il giorno non osa ancora.
Tra la rugiada dei sogni
e il cotone delicato delle federe,
il cuscino rimasto assorto
viene stretto tra le gambe
per sentire peso,
per sentire ancora una forma.
È quasi l’ultimo giorno.
Un caffè sbiadito.
Un solo rumore desto:
un’auto che attraversa una strada
che non chiede attenzione.
La mano sul petto,
un compiacimento breve.
Si sente forte.
Strutturato.
Per un attimo
si immagina morto.
Il corpo intatto.
Le sinapsi divorate.
I gomiti rigettati.
Le arterie del cuore
finalmente svuotate
dal dover sentire.
Con uno slancio minimo
si getta nel lavandino.
Una pozzanghera d’acqua gelida
tra le dita.
Non per pulirsi.
Per cercare un qualsiasi sentire.
Si asciuga piano,
lasciando una goccia sulla clavicola,
come se l’aria
volesse assaggiarla.
Uno sguardo distratto allo specchio.
Uno al boiler.
Una posa da playboy,
per gioco,
per illudersi ricco di qualcosa.
Tra due occhi spenti
l’olfatto si intride del proprio profumo.
E basta.
Questa è la stanchezza pulita:
non chiede salvezza,
non invoca crolli.
Sta.
Come il momento esatto
in cui il corpo
smette di domandare
e la vita, per una volta,
non pretende risposta.