Una briciola attaccata al labbro

La felicità non arriva mai in fila indiana.

Si presenta di sbieco, come un riflesso sugli occhiali quando non stai guardando lì.

A volte è una goccia fredda dietro la nuca, una fitta che scambia le vertebre per scale da salire.


Altre volte è più strana: ti si appoggia sulle scapole come un animale stanco

e ti respira addosso finché non capisci se è peso o consolazione.

Non parla.

Fa rumore.


La felicità è un difetto di messa a fuoco.

La vedi meglio quando non la cerchi, quando un pensiero ti inciampa nella testa

e invece di cadere lo segui.

Una traiettoria sbilenca.

Un lampo che non fa luce: fa spazio.


Certe sere si confonde con il sudore, con la noia, con la nostalgia.

Ti si incastra tra i capelli,

ti accarezza la clavicola,

ti passa tra i denti come un segreto che non hai ancora deciso se dire.


La felicità è una voce che non riconosci subito:

ha il tono dell’acqua che bolle lenta,

o del messaggio che non aspetti,

o del passo che non stai ascoltando ma senti arrivare comunque.


A volte è minuscola,

una briciola attaccata al labbro.

Altre è enorme,

ti gira intorno come un cane fedele che ha memoria dei tuoi giorni storti.


La felicità è vigliacca e coraggiosa allo stesso tempo.

Si nasconde nei posti più stupidi:

il fondo di un bicchiere,

la tasca della felpa,

la ruga che ti è spuntata ieri,

il sorriso che non hai fatto in tempo a nascondere.


È una rincorsa che finisce addosso.

Un ritardo che arriva puntuale.

Una finestra che si chiude da sola per evitare il vento.


E quando finalmente la stringi,

quando dici “ecco, adesso”,

lei si gira, cambia direzione, scompare.


Non è crudele.

È fatta così.

Vuole essere vista di schiena.






“La felicità è una porta che si apre dall'interno: per aprirla, bisogna umilmente fare un passo indietro.” - S.Kierkegaard

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