Endemica
Ho sentito i fiori bisbigliare i loro desideri.
Era mattino presto, c’era ancora odore di rugiada.
Mascherati da calabroni danzavano sulle note del vento, e si facevano ali.
Non temevano neanche il tramonto, tanto che avevano morsicato l’alba.
Il fiore più grande fece da scudo, mise da parte la fame, diede in pasto lo stomaco al fiore più piccolo.
Li guardavo, e mi sembrava di sentire anch’io quella fame, quella dolce brutalità.
Quella parte di me che s’inchina al desiderio, che non sa difendersi.
Ho pensato che sentire è questo: un morso dato piano, ma che lascia il segno anche quando guarisce.
E allora ho chiuso gli occhi, ho inspirato forte, e mi sono chiesta quante volte ho dato in pasto il mio corpo, la mia quiete, la mia luce.
A chi non sapeva tenerle.
Il vento mi ha attraversata, e dentro ho sentito un suono denso, come linfa che si tende.
Non è malinconia: è materia viva, è il desiderio che non trova più un corpo, ma continua a pulsare.
E allora sì, lo ammetto.
Voglio tornare a sporcare le mani.
A sentire il sangue che scorre quando qualcosa o qualcuno mi muove dentro.
Ma stavolta, senza fame.
Solo per ricordarmi che sono viva.
Endemica.
“Non voglio la metà di niente, o tutto, o niente”