Ulivi. Pale di fico. Pelle scalfita. Da lontano mare e vento si sfaldavano sotto una pelle di foglie. Non era bellezza. Era una cosa chiara che non chiedeva di essere capita. Aveva bolle alla gola e al petto, piccole bestemmie d’acqua salite dal corpo senza permesso. Sudava antiche sbornie. Non vino. Residuo. La pelle buttava fuori quello che la bocca aveva lasciato marcire. Si toccava il malleolo come fosse un Lego, un pezzo bianco, sbagliato, rimasto attaccato alla figura. Lo voleva strappare. Non per dolore. Per precisione. Non aveva età. Non sapeva il giorno. Il tempo, lì, non curava. Sgranava. Uno straccio di cuore cucito con filo di spago, ancora sporco di sangue e fili dorati. Oro da poco. Sangue buono. Una cosa povera che provava ancora a brillare. Forse il sale avrebbe saturato tutto. Il suo regno. Il suo membro. Il suo scoglio. Non per salvare. Per seccare quello che insisteva a restare vivo nel modo sbagliato. Tra le orecchie riflessioni masticate come pomodori e basilico la...
Freddo alle mani. Un passo in meno. L’aria che non entra tutta. Un angolo girato. Una schiena che scompare. La voce rimasta indietro a fare massa. Il magone tenuto fermo, come si tiene un animale quando morde. Folla che inghiotte. Volti non registrati. Un corpo ridotto a informazione minima. Scale che scendono. Un arco che vibra. Una melodia fuori scala per quel punto preciso del mondo. Le lacrime non chiedono. Scivolano. Insistono. Arrivano prima del treno. Il tempo fa il suo mestiere. Non cura. Passa. “ Verrà la morte è avrà i tuoi occhi. ” - Cesare Pavese
Ho sviscerato un verso, versato, rovesciato, riverso in un calice di vino che non teneva nulla, nemmeno me. Era languido liquido slabbrato, un rosso sfocato che sapeva attraversare i bordi. Aveva lati dilatati o forse dilavati quasi distillati da una bocca che non ricordavo mia. Si allungava, si accorciava, si allagava tra le sillabe come se cercasse un appiglio in un alfabeto inclinato. L’ho visto farsi verbo, poi vago, poi vuoto. L’ho visto respirare contro il vetro, lasciando impronte che sembravano segni o seni o suoni, dipendeva dalla luce. E a forza di tentare forma ha perso sostanza. Si è fatto vapore, vapore ancora, vapore via. Evaporò come evaporano le scuse, i giorni, gli abbracci rimasti appesi. Evaporò evitando vita, schivando fianchi, scampando senso. E nel fondo del bicchiere rimase un cerchio, un' eco, un verso che non avevo scritto e che mi aveva bevuto. “ Amare è così breve, e dimenticare così lungo. ” - Pablo Neruda