In un gomitolo di cenere, accartocciato tra le braci di un falò in riva al mare. Era tempo di cambio stagione, le spalle strette fino ai lobi a ogni folata di vento. E poi, a tratti, sudore. Teneva in mano una bottiglia vuota per dirigere l’orchestra, mentre nemmeno le onde sussurravano. Languido nel suo stesso autunno, lasciava cadere i suoi accessori e li copriva prontamente con il piede destro - quello buono, da punizione a bordo area di rigore. Quello dei tiri all’incrocio: lenti, precisi, calibrati. Quello del pennello. Aveva poco da dire e molto da ascoltare. Preferiva, a tutto, pensare. Così sbagliava in casa, senza compromissioni e senza compromessi. Quel non-so-che di vuoto misto a fascino, mascherato da superficiali risa. Sarebbe bastato poco a scalfirlo: una domanda, uno sfioro, un tuffo deciso negli occhi. Aveva mani da elefante: impossibile grattarsi la schiena o togliere una ciglia dagli occhi. Per piccole cose si disperava - cose a cui non faresti caso, altrimenti. Il te...
Ho sviscerato un verso, versato, rovesciato, riverso in un calice di vino che non teneva nulla, nemmeno me. Era languido liquido slabbrato, un rosso sfocato che sapeva attraversare i bordi. Aveva lati dilatati o forse dilavati quasi distillati da una bocca che non ricordavo mia. Si allungava, si accorciava, si allagava tra le sillabe come se cercasse un appiglio in un alfabeto inclinato. L’ho visto farsi verbo, poi vago, poi vuoto. L’ho visto respirare contro il vetro, lasciando impronte che sembravano segni o seni o suoni, dipendeva dalla luce. E a forza di tentare forma ha perso sostanza. Si è fatto vapore, vapore ancora, vapore via. Evaporò come evaporano le scuse, i giorni, gli abbracci rimasti appesi. Evaporò evitando vita, schivando fianchi, scampando senso. E nel fondo del bicchiere rimase un cerchio, un' eco, un verso che non avevo scritto e che mi aveva bevuto. “ Amare è così breve, e dimenticare così lungo. ” - Pablo Neruda
Freddo alle mani. Un passo in meno. L’aria che non entra tutta. Un angolo girato. Una schiena che scompare. La voce rimasta indietro a fare massa. Il magone tenuto fermo, come si tiene un animale quando morde. Folla che inghiotte. Volti non registrati. Un corpo ridotto a informazione minima. Scale che scendono. Un arco che vibra. Una melodia fuori scala per quel punto preciso del mondo. Le lacrime non chiedono. Scivolano. Insistono. Arrivano prima del treno. Il tempo fa il suo mestiere. Non cura. Passa. “ Verrà la morte è avrà i tuoi occhi. ” - Cesare Pavese